Salamace - mario soldati

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Anno di pubblicazione
1925

Anno di composizione 1927 - Pubblicato nel 2009

Anno di pubblicazione
1927

Anno di pubblicazione
1929

Salmace

La prima opera pubblicata di Mario Soldati è un dramma in tre atti intitolato Pilato a testimonianza del suo amore giovanile per il teatro. L’opera vince nel 1924 il terzo premio al concorso drammatico indetto dalla federazione giovanile cattolica di Torino; l’anno dopo verrà pubblicata dalla Società Editrice Internazionale.
La madre di Giuda, tragedia in un atto, in versi, rappresentata a Torino nel 1923, viene pubblicata per la prima volta insieme a Pilato nel 2010 per la Nino Aragno editore a cura e con introduzione di Giacomo Jori.
Nel 1927 Soldati si laurea ventunenne in lettere, relatore Lionello Venturi, con una tesi sul pittore
Boccaccino, pubblicata da Aragno nel 2009 contiene un saggio di Giacomo Jori.
Subito dopo la laurea l’incarico della cura
del catalogo della Galleria d’arte Moderna di Torino, rieditato nel 1993 per la Pluriverso.
Salmace del 1929 rappresenta l’esordio come narratore e contiene i racconti:
Vittoria – Pierina e l’aprile – Salmace – Scenario - Mio figlio - Fuga in Francia - e nell’edizione curata da Garboli per Adelphi del 1993, Il concerto.
Il libro viene recensito, tra gli altri, da Borgese Montale Debenedetti Vittoriani.
Riedizioni: Adelphi 1993 a cura di Cesare Garboli Oscar Mondadori 2009 a cura di Alba Andreini
Nota di
Cesare Garboli alla riedizione Adelphi del 1993
La storia editoriale di
Salmace, e la fortuna, almeno quella immediata, del primo titolo di Soldati meritano un breve cenno di commento. Forse non tutti sanno che Mario Bonfantini, il noto studioso di cose francesi allievo di Ferdinando Neri e grande amico di Soldati, era figlio di un Bonfantini non meno illustre che fu, per molti anni, sindaco di Novara. L’autorità di Bonfantini senior nella sua città era tale che anche il fascismo dovette piegarsi e accettarla. E fu grazie all’appoggio paterno che il giovane Mario , appassionato di letteratura, poté fondare insieme a un gruppo di giovani amici novaresi una piccola casa editrice e una rivista alle quali fu dato uno stesso nome zodiacale, La Libra. L’esordio della Libra fu dei più promettenti. I due primi libri, un romanzo breve, Memolo di Enrico Emanuelli, e una raccolta di novelle, Salmace del torinese Mario Soldati allora poco più che ventenne, uscirono contemporaneamente nel 1929. Ebbero subito udienza, recensiti sul ‘Corriere della sera’ dal più ascoltato e autorevole fra tutti i cerimonieri di allora, Giuseppe Antonio Borgese. Titolo dell’articolo, I novaresi. Ma è più importante la data, 20 giugno 1929. Borgese non ebbe tempo di tirare il fiato, Aveva appena finito di riconoscere il talento di Soldati, e anche di rimproverargli l’aria viziata e corrotta che circolava nei suoi racconti, il distacco “indifferente” nei confronti di argomenti scabrosi e melmosi, quasi da razionalista della perversione, che si trovò davanti ben altra gatta da pelare, Gli indifferenti di Moravia. L’articolo su Moravia uscì il 21 luglio. Nello spazio di un mese, Borgese dovette misurarsi col primo libro di Soldati, e col primo di Moravia. Anche per una guida così esperta, non furono certo due passi sotto casa. Più difficile, sotto certi aspetti, stanare la novità di Soldati. La forza d’urto degli Indifferenti, l’autenticità e la quadratura di Moravia, la sua luce artificiale e dichiaratamente novecentesca, quasi un Pirandello o un Bontempelli rinvigoriti da un avido lettore di Dostoevskij, erano qualità immediatamente riconoscibili ( e subito riconosciute da Borgese ), mentre Soldati si presentava mascherato, barbatus da Ottocento. La materia torbida, fangosa, era e faceva “Novecento”; ma la luce naturale, limpida, quasi alpina, e refrattaria all’astrazione, lo separava dal secolo. Gli indifferenti avevano quella capacità di bucare la letteratura che è dei veri romanzi, e portavano quel magico sottotitolo “romanzo”, come una bandiera, un’impresa trionfale; mentre Soldati esordiva remissus et humilis, all’antica, con una raccolta di “novelle” da piemontese scapigliato, ma di tradizione, sotto il gran modello maupassantiano. Borgese non si lasciò ingannare. Vide subito giusto, e fece, anche per Soldati, il nome che andava fatto: Gide. I due articoli di Borgese si fronteggiano, si specchiano, si prestano idee e frasi. Si uniscono nella desolata conclusione “che non ci sono più giovani”. A Soldati e Moravia viene mosso lo stesso rimprovero. Non sono scrittori giovani. Hanno letto tutti i libri, sanno tutto del mondo, e hanno imparato a conoscerlo troppo presto. Ma che cosa è Salmace? Che cosa si cela di tanto moderno sotto questo titolo mitologico? Salmace è la novella che dà il titolo al volume. Una sera di carnevale un ragazzo diverso dagli altri, solitario, malinconico, incapace di vivere, si ferma davanti a una giostra piena di donne in festa. Trascinato da quelle risa, contagiato, il ragazzo viene visitato da un’idea: “ essere una di quelle, abbandonare i miei vestiti di uomo come si lasciano dietro le quinte, i costumi di una recita a cui si abbia partecipato, e uscirsene nuovi nel mondo”. Con tutta naturalezza, senza sortilegi e senza miracolo, la metamorfosi si compie e il mito di Ermafrodite si rinnova. Un bel mattino il ragazzo si sveglia e si tocca con gioia e stupore due seni, così come un altro giovanotto di nome Gregor Samsa, quindici anni prima, si era svegliato accorgendosi con raccapriccio di essere diventato un grosso insetto ingombrante. Questa metamorfosi di “gusto clinico” - come la definì Borgese - è il nucleo centrale e simbolico intorno al quale ruotano tutti gli altri racconti. Storie, come Salmace “infami” (per dirla con Ovidio), avventure “losche” (per dirla con Borgese); un sestetto di trame (inclusa Salmace) vagamente gotiche, ma di fattura leggerissima, lirica, quasi musicale, e di aura magica e tetra, ambientate nel cuore topografico del Novecento per definizione spettrale – Torino: Torino nebbiosa e vetusta, ottocentesca ma già metafisica, trattata come una città di provincia infestata da un demonio sempre presente e sempre invisibile. Dalla Torino di Salmace si può solo fuggire; in Francia, in collina, in campagna, a Venezia, fuori dalla provincia e dall’Ottocento, dietro le orme lasciate sulla sabbia del Lido dal protagonista della Recherche e dal giovane Tadzio di Der Tod in Venedig. Ma quello che più colpisce, in queste storie di disperazione e di fuga, è la prontezza divinatoria con la quale Soldati s’impossessa, a vent’anni, dei miti più sotterranei e non ancora identificati del Novecento. Salmace è il regno dell’ambiguità. Sembra che Soldati si sporga dal parapetto e guardi senza nessuno sforzo nel fondo delle acque che scorrono torbide. Guarda dove è più buio con grande lucidità e grande semplicità. Salmace non è la storia di una metamorfosi surrealista, scolastica, alla Savinio; è la diagnosi disperata e patetica, un sogno ( non privo di razionalismo) grazie al quale possiamo leggere nella sindrome tenebrosa e innocente di un transessuale di oggi. Come faceva Soldati a scendere a tanta profondità, con gli strumenti di un piccolo novelliere dell’Ottocento? Borgese si divertì a riassumere gli argomenti di ciascuna novella trattandone i titoli come altrettanti lemmi, e riducendo le storie a didascalie. Farò anch’io come lui. Vittoria: un marito si acorge di desiderare la moglie solo quando ha la certezza, e la prova d’essere stato tradito. Non la lealtà e la fedeltà, ma la menzogna e l’intrigo lo attirano, perché più vicini alla verità. Pietrina e l’aprile: una ragazza sceglie, tra tutti i mestieri che le offre la vita, il mestiere di puttana, perché è il più vicino alla libertà. Salmace: la metamorfosi che ho già raccontato. Scenario: con graziosa civetteria, Borgese finse di dimenticarla, e aggiungeva: “ma, poiché l’ho saltata, sarà meglio lasciarla lì”. E si capisce: è la storia di un omosessuale, spinta a un limite di estrema dissacrazione. Scenario è uno degli incunaboli più rappresentativi di tutto Soldati, un archetipo virtuale che contiene due temi fra i più ricorrenti. Uno, il bisogno di degradarsi, di umiliarsi, di regalarsi alla trasgressione come ci si regala a una crudele divinità che esige, in cambio del piacere, il sacrificio della proprio dignità e umanità (per Soldati il sesso è una religione del male); l’altro, il sospetto che tutto l’edificio del mondo, come le calli, i ponti, i rii, le pietre di cui è fatta Venezia, sia un regno di finzioni e di recitazioni. Ma per riassumere le due lunghe novelle che concludono il libro, Mio figlio e Fuga in Francia, prenderò in prestito le parole di un altro fra i più illustri lettori di quel Soldati ventenne, Eugenio Montale. Montale recensì Salmace su “Pegaso” nel settembre 1929. E se si pensa ai diversi tempi di stampa tra una rivista letterarie e un quotidiano, se ne conclude che la sua recensione non dovette seguire di molto l’articolo di Borgese. E che recensione! Impegnata, infastidita, combattuta, ammirata. Montale fa il moralista e non vorrebbe farlo. Fa il superiore, il sopracciò. Lo indispettisce l’immoralismo di Soldati, che gli sembra un atteggiamento una posa. Se la prende coi critici: “ i personaggi creati dal Soldati sono tutti adulteri o invertiti, prostitute o bancarottieri: e i loro casi sarebbero narrati dallo scrittore con una ostentata indifferenza morale”. Di tutti i racconti, ne salva solo due, Mio figlio e Fuga in Francia “ Qui l’indifferentismo del Soldati rivela una giustificazione che nei precedenti racconti forse esisteva già latentemente … qui Soldati ha avuto ragione lui. L’ha avuta in modo raro in questi tempi, scrivendo due racconti che sono molto e meglio che ‘ben fatti’, due racconti vivi, veri, trascinanti…
Mio figlio. Il peccaminoso legame di un vecchio con la proprio nuora, Vivy, la quale muore poi in un accidente automobilistico, lasciandolo intontito, senza dolore, senza rimorso, e forse con un oscuro senso di sollievo.
Fuga in Francia. Una fuga attraverso il confine alpestre, in una notte invernale, per il semplice gusto di aiutare un’amica non troppo amata, il marito di lei e un terzo individuo, bancarottieri ricercati dalla polizia…
“Per finitezza di scrittura, interesse sempre vivo di narrazione, felicità descrittiva e ambientale
Fuga in Francia è la prosa più bella del libro. Ma Mio figlio, con qualche cosa d’ingrato nel taglio e in alcuni particolari, val forse di più. Il Soldati non è solo riuscito a farci accettare una situazione ripugnante, ma ha anche saputo vincere nel punto più scabroso della narrazione, mantenendo fermo e reale l’amore del vecchio per il figlio da lui tradito”.
E’ strano come Montale, più acuto ancora di Borgese, dopo avere ordinato tutte le sue pistole sul tavolo, al punto giusto, al momento opportuno non sappia usarle per centrare il bersaglio. Dice Montale, storcendo il naso, che i personaggi di
Salmace sono tutti “adulteri o invertiti, prostitute o bancarottieri”, e chiede a Soldati “un giudizio… una sconfessione più o meno chiara dell’inferno nel quale si muovono” – senza avvedersi che è già nato, con la vanità stessa di questa formulazione, il Novecento. Il tema unitario che lega i racconti di Salmace è la forza irresistibile della propria natura; la vanità di combatterla, e il bisogno di rispettarla fino in fondo, se rispettarla fa male solo a se stessi. Non Kafka, ma richiamo giustissimo, Gide: lo spirito analitico, razionalista di Gide, unito alla lucidità dello stile e a un bisogno di sincerità sadomasochista, spinto fino alla provocazione e alla sfida. Qualis artifex è il tempo! Borgese e Montale videro in queste storie indecenti una perversità repulsiva. Sessantacinque anni dopo, sentiamo risuonare in Salmace una nota di pietà e di tenerezza che oggi abbiamo perduta. Il nostro interesse si distrae dai fondi melmosi della psicologia, e si concentra sui valori formali, già evidenti e riconoscibili: il contrappunto, il senso del ritmo, il gusto della sorpresa, le simmetrie, la capacità di dire “io”. Nel ristampare il suo primo libro in questa nuova veste, Soldati ha insistito per arricchirlo di un racconto, Il concerto, che fa parte di un robusto terzetto di novelle cosiddette “Torinesi”, edite nel 1943 nell’Amico gesuita. A stare ai ricordi di Soldati, Il concerto fu scritto un po’ prima della sua famosa partenza, nel 1929, per la New York di America primo amore – il viaggio che gli cambiò la vita. Sarebbe dunque più o meno coevo di Salmace. E’ la storia di una giovane e infelice musicista lesbica, Laura. Come la Carla degli Indifferenti e come tutti i personaggi di Salmace, anche Laura sogna “una vita nuova”, e per trovarla non ha che la sua degradazione e la sua infrazione. Ma Soldati è più disperato, più innocente, più inerme di Moravia. E si veda come e quanto sia fine, come e quanto sia “storico” il suo orecchio! Come tutti i racconti di Salmace, anche il concerto è un racconto pieno di fango quanto più è redento dalla serenità dello stile – uno di quei racconti coi quali si è aperto il secolo.


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