L'amico Gesuita - mario soldati

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Anno di pubblicazione 1943

L'amico gesuita

L’amico Gesuita
Prima edizione
- Milano, Rizzoli 1943
Contiene le sezioni: Un viaggio a Lourdes
Torinesi
Quaderno americano
Quaderno di malato
Quaderno di viaggio
Seconda edizione- Milano Mondadori 1979
Terza edizione- Palermo, Sellerio 2008 ( la memoria 737)
a cura di Salvatore Silvano Nigro Contiene i racconti:
Concerto
Fioretto
Il fiammifero
Medici Pronto soccorso
Farmacia di notte
Nevrastenia
L’uomo nero
I due maestri
L’amico gesuita
Il campione

Tra Joyce e Cocteau
di Salvatore Silvano Nigro


Invitare un ospite di riguardo, per poi metterlo alla porta e subito sostituirlo con un altro ospite di diversa se non opposta eccellenza, è uno degli scatti scontrosi che Soldati affida agli sguizzi della sua scrittura: all'impronta impalpabile di una variante, che si dichiara mentre cancella. L'occultamento dell'ingrata destituzione, e del disonore inflitto al convitato espulso, ormai condannato alla parte di intruso e alla revocazione del nome, si rivela solo per via filologica: una volta che sia stato accertato il pentimento di scrittura, nel ripensamento e nello sgarbo della variante. Chi viene rimosso, nello scambietto, è James Joyce. Il benvenuto è Jean Cocteau. Il bisbìglio di polemica filtra tra le righe del Fioretto. Trapela appena. Quanto basta. Il racconto ha un'aura conradiana. Appartiene al genere delle vite nascoste, e disfatte dall'indigenza morale, spesso frequentato da Soldati; che nel romanzo Le due città (1964) ne dà esemplificazione, per scampolo e paradigma: «una vicenda vagamente conradiana, di un mercante italiano insabbiato in Etiopia e che fa il commercio delle armi con il Negus e contro i nostri. Un renegado, insomma: il quale, per di più, ha abbandonato moglie e figlio in Italia e vive a Gibuti con una maitresse matura e di liberi costumi». Qui, nel Fioretto, l'«insabbiato» è il torinese Angelo Vietti. Si è infossato ad Algeri: tra i vicoli e i marciapiedi battuti da papponi e prostitute, che avevano avuto come primo scenarista il Maupassant di Au Soleil. Il reietto di Algeri è un naufrago che rifiuta il liberatore. Educato dai gesuiti, e cresciuto tra le regole del perbenismo bigotto, ha oltraggiato la santità del matrimonio. E nella disperazione colpevole, ha varcato la soglia ultima della trasgressione e della degradazione. Vive nell'ascesi capovolta e torpida di un abietto che, con devozione masochistica, mortifica
e annienta se stesso nella continuata bestemmia di un «mestiere infame»; fino all'ignominia estrema di una morte vergognosa. Nel romanzo Le lettere da Capri (1954), Soldati scrive: «Pubblicarsi degradati significa riconoscere una gerarchia morale, un 'altezza dalla quale si sia caduti; e non è neppure necessario rimpiangerla, per essere perdonati: bastano le umiliazioni della vita quotidiana; basta la segregazione a cui gli altri, che sono i più e i più forti, condannano; basta il giudizio della società».
La vicenda dì Vietti, il suo dramma d'espiazione, è rivelato da Sandro Foà a due amici, nel suo alloggio (che nella finzione vuole evocare lo studio torinese di Giacomo Debenedetti). In quell'alloggio, una sera era stato «invitato» Cocteau. Così si legge nel racconto. Ma in una precedente redazione (pubblicata sulla rivista «La Ruota»), il testo diceva: «C'eravate quella volta (...) la sera che avevo invitato James Joyce di passaggio a Torino?». Di Joice, negli Anni Trenta, Soldati aveva letto i Dubliners e il Portrait of the Artist s a Young Man: Dedalus nella traduzione di Pavese. E con Joice condivideva l’educazione in una scuola di padri gesuiti, l’abbandono di un iniziale desiderio di entrare nell’ordine, la “ribellione”dopo la scoperta del sesso e delle offerte della vita. Il racconto L’amico gesuita, che dà il titolo alla raccolta, trae spunto dalle pagine finali di Dedalus “ dalla lunga conversazione con Cranly intorno alla (...) rivolta”. Ma con un giro di vite, che avvolge attorno a un istinto di provocazione i termini joyciani dell’obbedienza alla chiamata e della diserzione. Soldati insidia l’anima immobile di un gesuita. Tenta di convertirla alla “vera vita”. E offre, come esca, la perversione di se stesso, uomo sposato, nella prospettata avventura con una sedicenne. Fallisce. Rinuncia persino a “convertire” la ragazza e a regalarsi un peccato: “Crediamo di essere liberi”, conclude, “e l’antico diavolo” (di un “educazione troppo sbagliata”) ancora vive in noi”. Dal Dedalus, Soldati estrae pure il tema della confessione di un novizio della Compagnia di Gesù. Nel 1935 comincia a scrivere La confessione. E rovescia il peccato in naturale letizia: nella gaia parodia dell’innocenza; e così commemora la restrizione mentale dei suoi neri maestri, nell’età pubere che a Joyce era sembrata la “tomba dell’adolescenza”. E’ con questo dispetto d’ironia, con questo ricalco a contrasto, che la moralità mai del tutto innocente, e mai del tutto colpevole, di Soldati, guarda all’opera di Joyce. Soldati è affascinato dalla marcatura ritmica dei Dubliners e del Portrait. E’ però disturbato dall’attitudine naturalistica dei racconti. E, nel Portrait, dall’accondiscendenza all’oratoria secentesca; e soprattutto dalla poetica dell’oggettività e impersonalità dell’opera: dall’indifferenza di un artista demiurgo, “occupato a curarsi le unghie” Dentro la scrittura, Soldati vuole sguazzarci e compromettersi. Decide di oscurare il nome di Joyce. Issa quello di Cocteau. Al nuovo ospite, il suo amico Giacomo Debenedetti aveva dedicato uno dei suoi primi Saggi critici (1929); e aveva richiamato l'attenzione sul Secret professionnel dello scrittore. Ed è sul Secret di Cocteau che Soldati educa la sua idea di stile: di uno stile talmente governato, da obliare se stesso nella conquista della naturalezza. Cocteau aveva scritto: «Lo stile non potrebbe essere un punto di partenza. Viene fuori. Che cos'è lo stile? Per molte persone, un modo complicato di dire cose molto semplici. Secondo noi: un modo molto semplice di dire cose complicate (...). Lo stile punto di partenza è una grande debolezza (...). Il vero scrittore è quello che scrive snello, muscoloso. Il resto è grasso o magro. Il tiratore eccentrico, sempre che sia alla moda, fa una terribile mescolanza di grasso e magro ». Intervistato da Alcide Paolini, nell'occasione dell'assegnazione del premio Campiello, Soldati dichiarerà: “L'originalità (e lo stile) di uno scrittore - diceva Cocteau - consiste nello sforzo per non essere originali, per non avere uno stile, ma senza riuscirci” («IlGiorno9settembre 1970). Sono passati quasi due ventenni, dagli Anni Trenta dei racconti dell'Amico gesuita, e Soldati è ancora lì:
fedele a Cocteau. Il Soldati di questi racconti si interroga sullo scrivere. E sullo scrivere racconti. Concepisce le sue novelle come frammenti etici di un discorso empio. E gli torna utile confrontarsi con i «bozzetti morali» di Benedetto Croce, celebrati da Giacomo Debenedetti proprio ad apertura della prima serie di Saggi critici. Il dialogo con Croce avviene sulle pagine del Fioretto, per bocca di Foà «I mestieri infami! Frammenti di etica! Mi ricordai di queste consolanti teorie. Ma bisognava che il Filosofo si fosse trovato al mio posto, in quella casa, davanti a Vietti ridotto in quello stato stato e avesse visto quella donna!». Per quanto Croce, metta in «situazioni» di «vita» i Frammenti di etica, i suoi “bozzetti” risultano narrativamente inadeguati, Soldati cerca una narrativa di composizione: capricci d'intreccio solidali con il mistero delle geometrie del torbido, che contravvengono al conformismo cattolico e alle convenzioni di gente normalmente,ovvero ipocritamente perbene. Con il suo stile di ragionamento, Croce tende invece a sterilizzare:«Vi sono "mestieri infami", e tutti li conoscono (...). Ma non pare che si sia abbastanza considerata la natura loro, che è designata da quel loro nome, cioè dal sostantivo con l'aggettivo che lo modifica. Il qual nome dice appunto, da una parte, che quelli sono "mestieri " o "professioni", e non già fatti antisociali (...) quel che si approva nella denominazione è il "mestiere" e non la "materia" del mestiere, e ciò che si condanna è la materia e non la "forma", che è il mestiere». Importante è, per Soldati, che il racconto non disveli la macchina narrativa, i suoi invisibili ingranaggi. Soldati scrive a Guglielmo Alberti, da Corconio, il 15 novembre del 1934: «Ho letto Winner Take Nothing, novelle di Hemingway: un vero disastro (anche perché svela il trucco di tutto Hemingway) ». Una babbiona bigotta e un ingegnere cosiddetto per bene fanno, nel Concerto, una famiglia mostruosamente normale; insieme a una figlia, che è una Laura di specie nuova: una maschietta, bruttina e con i baffi; una Laura similpetrarchescamente “laureata”, una Dafne che fugge gli «insopportabili» uomini. Laura-Laurea ha un «desiderio disperato». Vorrebbe asservirsi al proprio «idolo» (una soubrette, che è l'amante segreta del padre); vorrebbe sottomettersi alla sua «scarpetta». La voglia ce l'ha di sottrarsi alla «falsità continua della sua vita». Ma c'è la morale delle monache che l'hanno educata. C'è il diavolo, il tentatore, che ha raffinato virtuosamente lo zampino. Tutto complotta perché lei abbia «paura di non saper peccare»: perché lei non goda di un peccato che sia un bel peccato. Sotto la stagnanza delle acque, dorme una cattedrale gotica: La Cathédrale engloutie di una leggenda bretone e di uno dei Préludes di Debussy. Cominciano le note staccate e sommesse di un pianoforte in concerto. Le acque si aprono, tra i marezzi. E un carillon di campane insorge. Le acque si chiudono. Niente matura e niente diviene. Nulla è successo e nessuna colpa è stata commessa. Rimane la disfatta, miserabile. Il diavolo, naturalmente. Veloce e guizzante come una lucertola: che fa capolino, come nel racconto II diavoletto della bottiglia di Stevenson. Il diavolo che ha conosciuto i deserti di pietra e gli anacoreti della Tebaide. E ha giocato scherzi atroci agli anacoreti: tresche e mariolerie, torme moresche di venti e giochi a nascondere di trilli. Il diavolo è tentatore. E anche tormentatore. Il certosino Ricalmo, abate di Schoenthal nel Wurttemberg, scrisse un allucinato Liber revelationum de insidiis et versutiis daemonum adversus homines. Ne diede notizia Arturo Graf Nel saggio Il Diavolo (1889): «I diavoli, dice Ricalmo, sono nell’aria come è il pulviscolo in un raggio di sole; anzi l’aria stessa è come una gelatina di demoni, nella quale l’uomo è immerso e sommerso. Si può anche dire che i diavoli involgono l’uomo come il guscio la testuggine, o che gli stanno addosso come uno strato di cenere». Su questa pagina, Soldati lavora il
racconto Nevrastenia: l'ossessione diabolica di un campanello, la melassa diavolesca. Il diabolismo di Stevenson, passa, nell'Amico gesuita attraverso la sottile e gustosa ironia di Graf. In ogni caso da Stevenson, dalla parte ultima dei Mari del Sud, dal capitolo su Apemama che il narratore dei Due maestri tenta di leggere in treno, Soldati fa discendere, nel racconto Medici la “stregoneria” dei guaritori laureati come lavoro del diavolo. Storie strane e disastrose, e compassionevoli anche, si succedono nell'Amico gesuita. Con personaggi logori, che non sanno vendicarsi della miseria; con altri che sono stati sconfitti dalla vita, passata addosso a loro pesante e dolorosa; con un tale, denaroso, che in farmacia tira a risparmiare sull'agonia di un «caro»parente; e un altro, imballato sotto un sigillo di classe e di mestiere. Un uomo in nero. Un uomo in grigio. Graffiati a penna o a matita. Alla fine, il narratore evade. Si lascia tutto alle spalle. Corre in bicicletta. L'amico gesuita termina con un ronzio di ruote. Con la baldanza, la libertà, e la gioia muscolare di un ciclista.
Salvatore Silvano Nigro


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